Dietro l’enigma · · 6 minuti di lettura

Il Rovello non vi renderà più intelligenti

Cosa dicono davvero gli studi sui giochi di logica. E perché ne preparo uno nuovo ogni giorno lo stesso.

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Il 5 gennaio 2016 la Federal Trade Commission, l’autorità americana per la tutela dei consumatori, ha chiuso i conti con Lumosity, uno dei programmi di «allenamento del cervello» più famosi al mondo. Le pubblicità promettevano che pochi minuti di giochi al giorno avrebbero migliorato il rendimento a scuola, al lavoro e perfino nello sport. Promettevano anche di tenere lontani il declino dell’età, la demenza e l’Alzheimer. L’abbonamento costava 14,95 dollari al mese, oppure 299,95 dollari per sempre.

Per la FTC quelle promesse non avevano basi scientifiche, e Lumosity ha chiuso la causa con un accordo: una sanzione di 50 milioni di dollari, sospesa dopo il pagamento di 2 milioni per le condizioni finanziarie dell’azienda, più il divieto di ripetere quelle affermazioni senza prove. Jessica Rich, che dirigeva l’ufficio per la tutela dei consumatori, disse che Lumosity aveva fatto leva sulla paura del declino cognitivo. Secondo lei l’azienda lasciava intendere che i suoi giochi potessero tenere lontani la perdita di memoria, la demenza e perfino l’Alzheimer.

Parto da qui perché anch’io faccio giochi di logica, tutti i giorni, e mi farebbe comodo lasciarvi credere che vi fanno bene alla testa. Non lo scriverò. Tenere la mente occupata non è inutile. Ma la frase «i giochi rendono più intelligenti» dice molto più di quanto gli studi abbiano trovato.

Cosa dicono davvero gli studi

Gli psicologi distinguono due cose.

La prima si chiama trasferimento vicino: se fate molti sudoku, diventate più bravi a fare sudoku, e un po’ anche nei giochi che gli somigliano. Questo è vero, ed è forse la scoperta meno sorprendente della storia della scienza.

La seconda si chiama trasferimento lontano: se fate molti sudoku, diventate più bravi a ricordare dove avete lasciato le chiavi, a leggere un contratto, a fare i conti della spesa. È questo che vendono le app, ed è questo che non si trova.

Nel 2014 la questione era ancora così aperta che nel giro di pochi mesi uscirono due lettere aperte di segno opposto, firmate in tutto da centinaia di studiosi. La prima era promossa dallo Stanford Center on Longevity e dal Max Planck Institute di Berlino. Diceva che le promesse dell’industria del brain training non avevano fondamento. La seconda rispondeva che alcuni tipi di allenamento un effetto lo avevano.

Da allora gli studi si sono moltiplicati, abbastanza da permettere una sintesi delle sintesi. Nel 2023 Fernand Gobet e Giovanni Sala hanno pubblicato una meta-analisi di secondo ordine. Invece di mettere insieme i singoli esperimenti, hanno messo insieme le meta-analisi che già li riassumevano: allenamento della memoria, videogiochi, musica, scacchi. La conclusione è già nel titolo: Cognitive training: a field in search of a phenomenon. È un campo di ricerca che cerca ancora il fenomeno che dovrebbe studiare.

Il trasferimento lontano, infatti, si riduce quasi a niente quando si mettono da parte due tipi di studi: quelli senza un vero gruppo di confronto e quelli pubblicati solo perché avevano trovato qualcosa. Quel poco che resta si spiega con fattori generici, come l’effetto placebo, più che con l’allenamento.

Lo studio che sembra dire il contrario

Nel 2022 un gruppo della Columbia University e della Duke University ha pubblicato su NEJM Evidence uno studio finito sui giornali con titoli del tipo «i cruciverba battono i giochi per il cervello». Riguardava centosette persone con un decadimento cognitivo lieve, di età media 71 anni. Metà ha fatto cruciverba, metà giochi cognitivi, tutti al computer. Dopo dodici settimane di allenamento intenso sono seguite sedute di richiamo, per un totale di 78 settimane. Alla fine chi faceva cruciverba andava meglio nei test cognitivi e nelle attività quotidiane. La risonanza mostrava anche un cervello che si era ridotto di meno.

Per chi scrive enigmistica sarebbe un titolo da appendere in bottega. Ma guardiamolo da vicino. Lo studio confronta i cruciverba con un altro allenamento, non con il non far niente: dice chi dei due ha fatto meglio, non se uno dei due abbia fatto bene. Riguarda persone che hanno già un problema di memoria, non chiunque. E sono gli autori stessi a scrivere che serve ripeterlo, più in grande, con un gruppo che non faccia nessun allenamento.

È uno studio che vale la pena conoscere. Ma non autorizza nessuno, me compresa, a scrivervi che i cruciverba vi proteggono dalla demenza.

Allora perché dovreste farlo

Perché è bello. Mi sembra una ragione sufficiente, e mi stupisce che abbia bisogno di un alibi. Nessuno legge un romanzo per allenare la memoria, né gioca a carte per prevenire qualcosa.

Perché c’è un piacere preciso, piccolo e ripetibile, nel momento in cui un’addizione fatta di lettere si scioglie e ogni cifra va al suo posto. Chi l’ha provato sa di cosa parlo.

Perché il trasferimento vicino è reale: chi torna ogni giorno sullo stesso gioco ci diventa più bravo, e se ne accorge. È una soddisfazione vera, non una promessa.

E perché dieci minuti passati su un enigma sono dieci minuti in cui qualcosa si risolve davvero, dall’inizio alla fine. Nella giornata di molti non capita spesso.

Cosa vi prometto invece

Una cosa sola, che posso mantenere: ogni enigma del Rovello ha una soluzione, e una sola.

Sembra poco, ma è il patto su cui si regge l’enigmistica. Se un enigma ammette due risposte e il gioco ne accetta una, chi ha trovato l’altra si sente dire che ha sbagliato proprio quando ha ragione. È il torto peggiore che si possa fare a chi gioca, e il più facile da commettere.

Lo so perché l’ho commesso. Qualche tempo fa avevo quasi pronto un gioco sul lotto, Il Bussolotto: cinque numeri da trovare a partire da qualche indizio. Per controllare che ogni enigma avesse una soluzione sola, ho fatto provare a un programma tre milioni di cinquine. Tutto a posto. Poi gliele ho fatte provare tutte, più di ventisette milioni: 247 enigmi su 252 avevano più di una soluzione.

Il Bussolotto non l’avete mai visto, ed è giusto così. Da allora, nei giochi in cui si può fare, un programma prova tutte le risposte possibili prima che un enigma entri in banca. Rifà il controllo ogni volta che la banca cambia. È un lavoro che non si vede. Si vede solo quando manca.

Il Rovello non vi renderà più intelligenti. Vi darà ogni giorno qualche enigma nuovo che funziona, e vi dirà la verità su quello che può fare per voi. Se un giorno vi chiederò qualcosa in cambio, sarà per questo, non per un cervello migliore.

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