Dietro l’enigma · · 6 minuti di lettura
Come si costruisce un mini cruciverba
Dieci parole in venticinque caselle, dove ogni lettera serve a due definizioni: da dove viene il gioco e che mestiere c’è dietro una griglia che funziona.
Una griglia cinque per cinque, dieci parole, venticinque caselle. Non c’è una sola casella libera: ogni lettera appartiene a una parola orizzontale e a una verticale, e deve andare bene a tutte e due. È il formato più piccolo dell’enigmistica a incroci, ed è anche il più stretto che ci sia — proprio perché è piccolo.
Di guide che spiegano come fare un cruciverba ne trovate ovunque. Qui racconto come li faccio io, e soprattutto dove mi incastro.
Da dove vengono le parole incrociate
Il 14 settembre 1890, sul numero 50 del Secolo Illustrato della Domenica, nella rubrica «Per passare il tempo», uscì un gioco intitolato Parole incrociate: un quadrato di quattro caselle per quattro, senza caselle nere, con otto definizioni. L’aveva mandato Giuseppe Airoldi, impiegato del comune di Lecco, che si firmava «Inno Minato» — un lecchese che prendeva in prestito l’Innominato dei Promessi sposi e lo spezzava in due, che è già un indizio sul tipo di persona che era. Il gioco non ebbe seguito: restò un episodio isolato.
La data che il mondo ricorda è un’altra. Il 21 dicembre 1913 Arthur Wynne pubblicò su Fun, il supplemento domenicale del New York World, uno schema a forma di rombo, vuoto al centro, senza caselle nere e con definizioni semplici. È quello che il Guinness registra come primo cruciverba, e da lì il gioco si diffuse davvero.
In Italia le parole crociate tornarono trentacinque anni dopo Airoldi: l’8 febbraio 1925 la Domenica del Corriere pubblicò l’«Indovinello delle parole crociate», e le soluzioni uscirono tre settimane più tardi, il 1º marzo. La parola cruciverba è di quegli stessi anni: secondo la ricostruzione più diffusa la coniarono Valentino Bompiani ed Enrico Piceni per dare un nome italiano al libro di cross word puzzle che stavano pubblicando.
Il mini cruciverba, invece, non ha una data di nascita. Non è un’invenzione: è una riduzione, nata naturale quando i giochi si sono spostati sugli schermi. Uno schema da cinque minuti si legge sul telefono mentre si aspetta, e si può proporre ogni giorno senza stancare nessuno.
Si comincia dalla griglia, non dalle parole
Il primo errore è pensare «quali parole mi piacciono». Le parole belle non si incastrano quasi mai, e dopo mezz’ora si ha una griglia a metà che non si chiude più.
In un cinque per cinque pieno — senza caselle nere — servono dieci parole di esattamente cinque lettere, e ciascuna orizzontale incrocia tutte e cinque le verticali. Nessuna lettera è gratis: ognuna viene verificata due volte. Per questo la quinta colonna è la più difficile dell’italiano. È fatta dalle ultime lettere delle cinque parole orizzontali, e le parole italiane finiscono quasi tutte in vocale: quella colonna dev’essere a sua volta una parola, composta in pratica di sole vocali più una consonante di fortuna. Chi costruisce schemi in italiano lo sa: si parte da lì, non dalla prima riga.
Il secondo trabocchetto sono i verbi. Coniugare risolve qualunque incastro — con le desinenze si ottiene la lettera che serve — ma è una scorciatoia che si paga due volte: lo schema diventa un elenco di forme verbali, e soprattutto nasce l’ambiguità, perché dove sta bene amava spesso sta bene anche amata. Quando mi accorgo di aver messo due verbi coniugati che si incrociano, di solito butto via la griglia e ricomincio.
Le definizioni vengono dopo
Una definizione non deve essere difficile: deve essere precisa. La differenza è tutta qui. «Precisa» vuol dire che porta a una risposta sola e che, una volta letta la soluzione, chi gioca pensa «certo» e non «e perché?».
Nel mini cruciverba del Rovello le definizioni sono miste di proposito: alcune dirette, che aprono la griglia, altre più argute, che si sciolgono solo con una lettera già in mano. È la regola che mi do: una definizione difficile si paga con incroci facili. Se una parola è ostica e tutte le parole che la attraversano sono ostiche anche loro, non è difficoltà, è un muro.
La difficoltà poi segue il giorno della settimana — più diretta il lunedì, più arguta verso il fine settimana — che è un’eredità dei quotidiani e funziona ancora: dà a chi torna ogni giorno il senso di una settimana che sale.
La prova prima di pubblicare
Questa è la parte che nelle guide occupa due righe e nella pratica è metà del lavoro.
Un cruciverba ha, in teoria, una garanzia strutturale: ogni lettera è controllata da due parole, quindi una lettera sbagliata rompe sempre qualcosa. In pratica la garanzia salta quando una definizione ammette due risposte della stessa lunghezza che reggono entrambe agli incroci. Allora chi ha trovato l’altra si sente dire che ha sbagliato mentre ha ragione, ed è il torto peggiore che si possa fare a chi gioca.
Perciò prima che uno schema esca, un programma ricontrolla tutto da capo: che le dieci parole stiano nel vocabolario, che ogni incrocio torni in entrambe le direzioni, che la numerazione sia completa, che non ci siano caselle orfane. Quello che il programma non può fare è giudicare se una definizione sia ambigua: quello si vede solo rileggendola a distanza di giorni, quando si è dimenticata la risposta. Ho imparato a mie spese quanto valga un controllo fatto per davvero, e l’ho raccontato nel primo articolo di questa rubrica: un gioco intero finito nel cestino perché avevo verificato l’unicità su un campione invece che su tutto.
Che cosa rende bello un mini cruciverba
Breve non vuol dire facile, e nemmeno banale. Quattro cose, in ordine di importanza:
- Gli incroci aiutano. Ogni parola trovata deve regalare lettere utili alle altre. È il piacere specifico del gioco: la griglia si apre da sé.
- Le parole sono vive. Parole che si usano, non relitti da vocabolario tenuti lì perché incastravano.
- La difficoltà è alternata. Qualcosa che si risolve subito, qualcosa che resiste. Una griglia tutta facile si dimentica, una tutta ostica si abbandona.
- Si legge. Caselle grandi abbastanza da riempirle con il pollice, su un telefono, in piedi. La grafica qui non è decorazione: è la metà del gioco.
Che cosa si impara
Qualche parola che non usavate, e il gusto preciso dell’incrocio che si chiude: quella lettera che arriva da sotto e trasforma una riga incomprensibile in una parola ovvia.
Non vi prometto altro — e sul resto, cioè su quello che i giochi fanno e non fanno alla testa, ho già scritto per esteso. Qui vale la regola di sempre: breve, fatto bene, con una soluzione sola.
Il mini cruciverba del Rovello è una griglia cinque per cinque, nuova ogni mattina: si scrive dalla tastierina, si può chiedere una lettera (e si paga in punteggio), e si può stampare per farlo con la penna. Si gioca sulla sua pagina.